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Intervista alla scrittrice Giovanna Mozzillo

Libro: La signorina e l'amore
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La storia di un amore proibito e assoluto in epoca fascista fino al trauma della guerra. Sullo sfondo, una Napoli dalla bellezza struggente. Ritorna in libreria e negli store online il romanzo “La signorina e l’amore” di Giovanna Mozzillo (Collana "Il portico”, pagine 352, € 16,90), vent’anni dopo la prima uscita, grazie a un’iniziativa di Marlin editore, casa editrice fondata da Tommaso e Sante Avagliano, con introduzione del giornalista e storico Mario Avagliano.

Giovanna Mozzillo, che cosa prova ad assistere alla rinascita editoriale del suo romanzo, vent‘anni dopo l’uscita?
Ovviamente la riedizione mi procura una gran gioia, perché i personaggi son come figli, chi li ha messi al mondo vorrebbe vivessero a lungo, e, affinché questo avvenga, l’attenzione e la commozione dei lettori sono indispensabili. Sennonché non riesco a non sentirmi anche un po’ in ansia, in quanto vorrei esser sicura che saranno accolti con Io stesso partecipe interesse di cui beneficiarono venti anni fa.

Come è maturata la storia che anima “La signorina e l’amore”?
La prima esigenza è stata far rivivere Rosella, la zia che tanto mi ha dato e con cui mi sento in debito, perché, egoista come spesso si è da giovani, credo di non averla ricambiata in misura adeguata. Ma a questa motivazione subito se ne son aggiunte altre, ugualmente pressanti: raccontare la storia della mia famiglia e, raccontandola, evidenziare i valori che mi ha trasmesso e che, come suol dirsi, mi hanno formato. E poi, e si è trattato di un obiettivo che, via via che scrivevo, è divenuto ineludibile, risuscitare la realtà di allora, perché, anche se da allora in fondo non è passato nemmeno un secolo, tutto intorno a noi è cambiato come se, a trascorrere, fossero stati mille anni. Inoltre, e pure in questa finalità ml son riconosciuta con tutta me stessa, rappresentare Napoli come era ancora a quei tempi: bella di una perfetta, incantata bellezza. Una bellezza che ho sfiorato da bambina e il cui ricordo continua a procurarmi uno struggente, e impotente, rimpianto.

Per Raffaele La Capria, si tratta di «un libro in grado di riscattare quella carenza di "narrativa borghese” che caratterizza la letteratura partenopea». Cosa ne pensa di questo giudizio?
In effetti, è vero che la narrativa partenopea ha eccelso nel metter in scena il popolo (basti pensare a Mastriani e Rea), ma si è occupata poco della borghesia, come se i nostri scrittori (che tutti finora sono usciti dalle sue fila, solo adesso la situazione pare stia per rlbaltarsi) avessero avvertito una sorta di refrattarietà all’analisi della propria classe sociale. E naturalmente son lusingata che La Capria abbia attribuito al mio libro la capacità di contribuire a riscattare, almeno in parte, questa carenza. Ma non è certo nella pretesa di ovviarvi che nel romanzo io ho dedicato tanto spazio al cosiddetto "ceto abbiente”. Se ho parlato più dei borghesi che dei plebei è perché alla borghesia appartengono la mia protagonista e tutti i personaggi principali.

Il romanzo ha avuto bisogno di una rigorosa documentazione?
Sì. Per descrivere mentalità, consuetudini, atteggiamenti, vezzi e linguaggio della borghesia mi sono documentata per mesi e mesi su ogni genere di fonti, dalla "piccola posta" dei quotidiani alle riviste di moda e alle locandine dei teatri, e ho inteso, e spero d’esserci riuscita, realizzare un "come eravamo”: cioè un quadro complessivo della società (napoletana, e di riflesso italiana) in quel determinato periodo storico. Ma nell’ambito di questo quadro ho dedicato spazio e attenzione anche al ritratto dei popolani, perché senza di loro (i "pezzenti", si diceva allora) la mia ricostruzione sarebbe risultata amputata e parziale. Perché? Perché "pezzenti” e "signori” erano interdipendenti, legati da tutta una serie di necessità e complicità.

Lei ha scritto molti libri e per Marlin i romanzi storici "Ritorno in Egitto” e "Il canto del castrato”. Che cosa trova di congeniale nel romanzo storico?
Io ho spesso ambientato i miei libri nel passato non certo perché Io ritenga migliore del presente, ma perché son convinta che, senza conoscerlo, non si possa né comprendere la realtà attuale né costruire il futuro. Solo individuando con chiarezza gli errori del passato, è possibile evitare di ripeterli, solo riconoscendone le positività è possibile non soffocarle e cestinarle, come oggi sempre più spesso accade. Inoltre, proprio per il fatto che è finito e perduto, il passato ai miei occhi è particolarmente ricco di suggestioni e le suggestioni, ne son sicura, sono il sale e il lievito della narrativa.

Nel caso del libro “La signorina e l'amore”, i sentimenti sono messi in gioco nel contesto dell’epoca fascista, fino al dramma della guerra. Perché la scelta di questo periodo e che cosa intende trasmettere ai lettori di oggi?
Perché i miei genitori son sempre stati irriducibilmente antifascisti e fin da quando ero piccola mi hanno insegnato a diffidare delle distorte certezze sostenute dal regime, spiegandomi che esse erano incompatibili con la giustizia e col rispetto della dignità altrui. Oggi, in questo imprevedibile inizio di millennio in cui la democrazia in quasi tutto il mondo appare sempre più in pericolo e in cui i diritti umani vengono calpestati e rinnegati, credo sia indispensabile tener presente la lezione che si ricava dalla storia di quegli anni. Anni in cui l’orrore avrebbe potuto essere evitato se tutta insieme la “gente qualunque” avesse saputo e voluto dire no al sopruso e all’odio che il potere presentava come legittimi. Invece la stragrande maggioranza condivise o passivamente assentì. E allora, leggendo di quell’immane collettiva tragedia, dovremmo convincerci che primo dovere di ogni essere umano è la responsabilizzazione. E che tutto dobbiamo sottoporre all’esame della nostra coscienza.

 

 

Il marlin, da cui la casa editrice prende il nome, ├Ę il pescespada che Hemingway amava pescare
al largo di Cuba e che gli ha ispirato lo splendido romanzo “Il vecchio e il mare”

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