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"Effetto lockdown": intervista a Walter Di Munzio, psichiatra e giornalista pubblicista

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Il Coronavirus raccontato da una doppia ottica: sia giornalistica, sia professionale sul piano della salute mentale. In parallelo, nel libro Effetto lockdown. Storia di una pandemia tra cronaca ed esiti psicologici, novità di Marlin scritta da Walter Di Munzio, Veronica Benincasa e Giuseppe Galdi, vengono sviscerati i danni subiti dalla mente e la narrazione di ciò che è accaduto in ambito politico-sociale.

Di Munzio, qual è stato il punto di partenza?
Il libro nasce dalla volontà di intervenire nel dibattito sull’epidemia che iniziava ad espandersi nel Paese e nel mondo, rispetto alla quale si sapeva molto poco, sia da parte degli operatori dell’informazione che dei tecnici della Sanità. Il tutto è iniziato quando il direttore del giornale su cui ora scrivo (“Ora di Cronache”, diretto da Andrea Pellegrino, N.d.R.) ha accettato l’idea di affidare a due tecnici della salute mentale degli spazi, sulla sua testata, per tentare una risposta diversa da quella usuale su queste tematiche. Una risposta tecnica ma anche giornalistica in senso tradizionale.

Come si è sviluppato il vostro lavoro?
Il lavoro comune nasce da una profonda amicizia che ci lega e da una consuetudine alla collaborazione professionale tra di noi che ci fa vedere il mondo da ottiche molto simili, comunque conciliabili. Poi, giorno per giorno, abbiamo scoperto di avere più punti in comune di quanti pensavamo di averne all’inizio.

Lei è psichiatra, Benincasa è psicoterapeuta e Galdi psichiatra sociale e anatomopatologo. Queste competenze risultano decisive nell’analizzare gli effetti sulla mente del lockdown…
Penso proprio di sì. Soprattutto ci accomuna l’essere tutti operatori della salute mentale. Credo che sia questa la competenza “chiave di volta” per comprendere gli accadimenti che dal 2019 abbiamo vissuto.

Quali obiettivi divulgativi vi prefiggete con questo libro?
Contribuire alla comprensione di questo nuovo, straordinario e denso di insegnamenti, periodo di vita dell’intera umanità. Poche volte è capitato all’uomo in passato di vivere fasi così dense di eventi sconosciuti e che necessitano di approcci multidisciplinari e di competenze particolari. Non solo mediche o scientifiche ma anche giornalistiche e umane.

Che cosa significa fare sintesi tra cronaca e storia sociale?
Significa imparare soprattutto a conciliare la narrazione scientifica con quanto accade contemporaneamente nel mondo. Ciò per contribuire a scrivere un pezzo di storia della nostra società e per tentare di decodificare il senso di un vissuto collettivo.

Quali sono i disturbi psicologici più gravi dovuti al lockdown?
Il problema centrale è stato quello di imparare anche a stare soli con sé stessi. L’esatto opposto di quanto la nostra storia sociale ci ha insegnato a fare prima del lockdown. I danni più gravi non li vediamo tutti ora. Li vedremo, penso, a distanza di tempo, quando si concretizzeranno i danni psicologici sulla popolazione più fragile: sugli adolescenti, in termini di mancata formazione, e sui malati cronici per l’incapacità di garantire loro le cure necessarie. Un’intera generazione di anziani è stata decimata e risentiremo poi del vuoto lasciato in termini di esperienza, di cultura e di memoria storica. Senza contare infine i danni economici che deriveranno. Ma quest’ultimi potrebbero rivelarsi i più gestibili di tutti, anche perché la pandemia ci costringerà a modificare stili di vita e organizzazione sociale, che in alcuni casi erano ormai troppo vecchi e insostenibili.

Mentre il libro viene pubblicato, siamo ancora in piena emergenza. “Effetto lockdown” dà anche il suo contributo in vista di una ricostruzione sociale e interiore?
Io penso di sì. Ma questa potrebbe essere la presunzione di chi ha invece non ha fatto altro che pubblicare il “diario” di un intero anno di pandemia. Il tutto incrociando lo svolgersi della pandemia con la cronaca di quello stesso periodo e alcuni fatti particolarmente importanti: dalla morte del più popolare calciatore alle storie di personaggi della politica e della medicina. L’obiettivo, però, è anche quello di contribuire alla ricostruzione.

 

Il marlin, da cui la casa editrice prende il nome, ├Ę il pescespada che Hemingway amava pescare
al largo di Cuba e che gli ha ispirato lo splendido romanzo “Il vecchio e il mare”

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