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La scrittrice siciliana inaugura con "La regina di Tebe" la nuova collana dedicata ai romanzi storici

Libro: La regina di Tebe
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Il secondo libro di Annamaria Zizza, “La regina di Tebe”, è l’appassionante saga della giovane regina Ankhesenamon, che, dopo la morte del consorte, il faraone Tutankhamon, adotta una strategia lungimirante per assicurare a se stessa la successione e la pace nella Tebe del XIV secolo a. C. Il libro, che inaugura la collana "Vulcano" di Marlin Editore, dedicata ai romanzi storici (e che comprende anche "Il regolo imperfetto" di Carmine Mari e “I quindici sciacalli” di Massimo Zaninelli), contiene una sentita prefazione di Dacia Maraini.


Annamaria Zizza, perché ha deciso di ambientare il suo nuovo romanzo, “La regina di Tebe”, nell’Egitto del XIV secolo avanti Cristo?
Ho deciso di ambientarlo in quell’epoca perché segna il passaggio dal Bronzo al Ferro e perché i detentori del segreto della tempratura del ferro, gli ittiti, hanno cambiato gli equilibri del mondo conosciuto proprio con le armi in loro dotazione. Le spade in bronzo si spezzavano facilmente durante il combattimento, mentre quelle in ferro resistevano agli urti. Proprio in quell’epoca gli ittiti raggiungono il culmine della loro potenza col re Suppululiuma, uno dei personaggi protagonisti del mio racconto, e diventano una minaccia reale per l’impero egizio. A questo si aggiunga che l’ultimo segmento della XVIII dinastia è di grande interesse perché si assiste alla restaurazione del culto di Amon dopo la breve e tempestosa parentesi atoniana.

A che secolo appartiene, idealmente, Ankhesenamon, la giovane protagonista del romanzo, da poco vedova del faraone Tutankhamon?
Credo che Ankhesenamon non appartenga solo alla sua epoca, ma che sia trasversale alla Storia. E’ una donna di potere in un Paese, l’Egitto, che conferiva lo scettro anche alle donne (basti pensare ad Hatshepsut) e che imponeva la successione per via matrilineare. Non solo: Ankhesenamon è anche una giovane donna idealista, il cui obiettivo non è solo garantire un erede al trono senza sposare l’ormai vecchio Ay, il Visir, ma anche far trionfare un’epoca di pace sul mondo allora conosciuto. Era il sogno di suo padre, il faraone eretico Akhenaton. Non la contestualizzerei eccessivamente, dunque, perché è donna con idee chiare che non contemplano la sottomissione.

Malnigal e Suppiluliuma sono una coppia unita in apparenza solo dalla convenienza politica. Come definirebbe le loro dinamiche, in cui molte coppie potrebbero oggi ritrovarsi?
La babilonese Malnigal, una straniera, è costretta dalla ragion di Stato a sposare l’ormai maturo Suppiluliuma, potente re ittita. La loro relazione è improntata da quasi subito alla disarmonia e al rancore: lui ha esiliato per ragioni di ambizione personale la prima moglie, Henti, madre dei suoi figli, e rimprovera alla sua giovane sposa di non avergli dato altri figli; lei, Malnigal, è inquieta, si sente soffocare nell’ austera capitale dell’impero ittita e, soprattutto, non ama il marito. La regina è, inoltre, una donna dalla pericolosa sensualità e dall’ancora più pericolosa conoscenza delle arti della magia nera. Un rapporto come quello descritto nel libro oggi lo si definirebbe “tossico”.

C’è un filo rosso, un codice di condotta, che lega i destini delle dinastie dall’Antico Egitto ad oggi?
Credo che sia sempre opportuno ricercare gli elementi di raccordo tra passato e presente, ben consapevoli, tuttavia, che non sempre esiste un fil rouge che li lega. Per questo sono perplessa davanti ai romanzi che trasportano il presente (modi di esprimersi e di comportarsi) nel passato. Perché non sempre questa operazione è storicamente possibile. Tuttavia, l’antico Egitto era un Paese dalle mille sfaccettature, in cui una donna poteva diventare faraone, poteva lavorare e divorziare, ad esempio. Era rispettata e aveva dei diritti.

Quanto impegno le ha richiesto la ricostruzione della vita imperiale di Tebe e Hattusa, frutto di uno studio rigoroso?
La ricerca è stata complessa perché ho affrontato un periodo, la fine della XVIII dinastia, su cui gravano ancora molti interrogativi. E questo da un lato mi ha dato la possibilità di spaziare con l’immaginazione, ma dall’altro è stato fonte di perplessità quando, non di rado, mi sono imbattuta in più interpretazioni dello stesso dato storico. In quel caso ho scelto, ad esempio, la teoria più accreditata. Per la ricostruzione della civiltà ittita, il problema si è accresciuto ancor di più perché esistono pochi testi tradotti in italiano sul mondo ittita. Buona parte del materiale reperibile è in inglese e in tedesco.

Qual è, secondo lei, il ruolo della scrittura nella trama del romanzo e che importanza ha rivestito per le donne, nei secoli?
Mi piace narrare storie e credo che le storie siano fatte per andare in giro per il mondo, come le narrazioni dei marinai e dei mercanti che salpavano verso mondi lontani. E che da quei mondi lontani tornavano carichi di merci preziose e di racconti che diventavano leggende. Per me l’importanza della scrittura è rappresentata dallo scriba eternatore di memorie, ponte tra passato e futuro: Menthuotep, uno dei protagonisti del romanzo, straniero e uomo “in limine” tra nostalgia del passato e speranza per un futuro diverso e, chissà?, migliore. Uno scriba-medico, che utilizza le erbe medicamentose e la parola come “medicina doloris”. Per quanto riguarda la relazione tra donna e scrittura, nei secoli le donne sono state più spesse oggetto che soggetto di storie, anche se sono esistiti periodi anche lontani (penso al Rinascimento italiano) in cui si sono distinte alcune figure di poetesse, come Vittoria Colonna o Gaspara Stampa. Negli ultimi anni si è avvertita l’urgenza – meritoria – di ricostruire un passato culturale al femminile, facendo emergere dal buio figure dimenticate di donne coraggiose che hanno sfidato i loro tempi.

Il marlin, da cui la casa editrice prende il nome, è il pescespada che Hemingway amava pescare
al largo di Cuba e che gli ha ispirato lo splendido romanzo “Il vecchio e il mare”

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