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"L'ombra del sospetto": intervista allo scrittore Vincenzo Esposito

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Due fratelli molto diversi, la scomparsa del più fragile dei due e una donna misteriosa, apparsa all’improvviso, che fa nascere sospetti e diffidenze in un romanzo denso di pathos. Una storia che nell’apparente scorrevolezza dello stile nasconde brividi e oscurità psicologiche degni di un thriller d’altri tempi. Dal mese di maggio 2021 nelle librerie e negli store on line, “L’ombra del sospetto” di Vincenzo Esposito (collana "Il portico", pagine 160, € 15,90, marlineditore.it) è pubblicato da Marlin editore, la casa editrice di Tommaso e Sante Avagliano. Campano, Vincenzo Esposito vive a Roma ed è al suo settimo romanzo.

Vincenzo Esposito, come è nato il romanzo?
Non è stato solo il desiderio di raccontare una storia ricca di mistero, nella quale l'amore per una donna fa nascere in uno dei protagonisti sospetti e diffidenze, a spingermi alla scrittura, volevo anche raccontare la bellezza e la forza della letteratura, il suo potere di creare un mondo di cui solo lo scrittore regge le sorti.

In che senso?
Nel libro, la vicenda ruota intorno a uno scritto, trovato per caso in un computer da uno dei personaggi del romanzo, dalla cui straordinaria ambiguità prendono vita sospetti, misteri e insondabili segreti. È proprio questo scritto a essere, come dice Wislawa Szymborska nell'epigrafe del libro, "la vendetta d'una mano mortale", una vendetta realizzata attraverso la gioia di scrivere, attraverso la letteratura.

Nella quarta di copertina, la scrittrice Antonella Cilento lo definisce un romanzo di fantasmi napoletani…
Penso che Antonella Cilento si riferisca alle storie tenebrose, raccontate nel romanzo, degli antichi palazzi che si incontrano percorrendo le strade che da piazza Monteoliveto arrivano fino a piazza San Domenico Maggiore e a largo Giusso, il cuore di Spaccanapoli, dove sono ambientate gran parte delle vicende del romanzo. Ma penso anche che abbia voluto riferirsi alla figura del fratello scomparso, del quale si parla continuamente, ma non si vede mai. Una presenza misteriosa, invisibile, un fantasma.

Chi sono i due fratelli Francesco e Giovanni?
Sono due fratelli dal carattere e dagli interessi molto diversi. Francesco, il maggiore, è un affermato avvocato civilista, appagato e felice, conduce una vita serena. Giovanni, il fratello scomparso, è un professore di italiano e latino al liceo "Genovesi". È un tipo estremamente introverso, solitario, interessato solo ed esclusivamente alla letteratura. Il suo sogno è diventare uno scrittore. Anche attraverso questo personaggio è presente la letteratura come desiderio, realizzazione, forza e soprattutto come mistero.

E Lucrezia, la donna misteriosa del romanzo?
Lucrezia è in un certo senso il personaggio chiave del romanzo. È la donna di Francesco, ma pare che di lei sia innamorato anche Giovanni. Ho detto "pare", perché la storia presenta profonde e inafferrabili ambiguità, è estremamente enigmatica e Lucrezia ne è la personificazione. Lo è fino alla conclusione. La sua figura si presenta sempre a due facce e non si riesce mai a scoprire qual è quella vera. È questa sua ambiguità a generare nell'animo di Francesco un'inestinguibile ombra di sospetto.

Un altro dei personaggi della storia, Michele Piscopo, ricorda un grande scrittore: Michele Prisco. Chi è stato per lei Prisco?
Michele Prisco era nato nella mia stessa città, Torre Annunziata. Gli inviai il dattiloscritto del mio primo romanzo, La festa di Santa Elisabetta, e lui mi rispose con una lettera nella quale elogiava il mio lavoro e mi dava alcuni consigli. Da allora ci siamo incontrati più volte a casa sua, a Napoli. Discutevamo di letteratura e di ricordi della nostra città natale. Era una persona deliziosa, si rivolgeva a me come se ci conoscessimo da sempre. Lui uno scrittore affermato, io un timido esordiente. I suoi libri mi affascinavano, in particolare il primo, Gli eredi del vento, un romanzo costruito con una eccezionale maestria narrativa. Quando ho scritto L'ombra del sospetto e a un certo punto della storia ho introdotto il personaggio di un grande scrittore, la sua figura si è delineata subito nella mia mente. È entrato con naturalezza nel mio romanzo. Così ho potuto trascorrere ancora un po' di tempo con lui. Anche questa è una magia della letteratura.

Anche Napoli ha un ruolo centrale nel romanzo…
Napoli è una città unica. Nasconde un mondo infinito di storie. Spaccanapoli è il suo cuore. È qui che si intrecciano il presente e il passato. Si fondono così intensamente che è difficile separarli. È il terzo romanzo che ho ambientato in questo quartiere che conosco bene, dagli anni dell'Università. Avrò percorso le sue strade un'infinità di volte. Negozietti ricolmi di chincaglierie, piccole pizzerie, indimenticabili librerie. C'è poi il modesto appartamento di piazza Monteoliveto che è lo stesso negli ultimi tre romanzi. Vi abitava un collega di ufficio di mio padre. Ci sono stato una volta da bambino e non l'ho mai dimenticato, forse perché si adatta perfettamente ai personaggi che vi faccio abitare.

Lo strumento narrativo del thriller è congeniale per indagare sulla memoria e il passato?
Non era mia intenzione scrivere un thriller. Non ho mai pensato di farlo, anche perché non sono per niente un lettore di questo genere letterario. Io volevo raccontare la storia, come appunto dice il titolo del mio libro, di un sospetto che nasce lentamente nella mente di un personaggio fino a coprirla completamente con la sua ombra. I misteri, i segreti, le ambiguità sono nati poco per volta, si sono accumulati mentre la storia cresceva e andava avanti quasi da sola. Anche l'epilogo è nato dopo che la vicenda si era delineata. Quando ho iniziato a scrivere non sapevo dove sarei andato a finire. Diciamo che è un thriller per caso.

Lei è al suo settimo romanzo. Le differenze, di stile e atmosfere, rispetto al precedente “La giovinezza infinita”?
Ci sono forti differenze non solo con il mio ultimo libro, ma anche con i precedenti. Almeno è quello che avverto io come autore. Ci sono delle differenze stilistiche. Ho usato molto il discorso diretto, andando in una direzione totalmente opposta ai miei lavori passati. Basti pensare al mio primo libro, La festa di Santa Elisabetta, dove non è presente nessun dialogo. C'è stato quindi una completa inversione di rotta, che però si è realizzata poco per volta, perché nei miei ultimi libri avevo già cominciato a usare, anche se con più parsimonia, il discorso diretto.

Modelli e punti di riferimento nella scrittura?
Ho sempre cercato di usare un tipo di scrittura molto evocativo, che creasse un'atmosfera, per così dire, poetica. Ho amato molto Marquez, Faulkner, Virginia Woolf. Poi mi sono spostato sulla prosa ossessiva di Bernhard e su quella di Hrabal, capace di infilzare una storia dopo l'altra, creando un'ininterrotta serie narrativa. Negli ultimi tempi un vero punto di riferimento è diventato Patrick Modiano. Con la sua prosa apparentemente semplice e scorrevole riesce a creare misteriose atmosfere che evocano eventi lontani, ai quali Modiano allude senza mai definirli pienamente, come le sue conclusioni, che non concludono mai, ma lasciano aperta la storia narrata.

 

Il marlin, da cui la casa editrice prende il nome, ├Ę il pescespada che Hemingway amava pescare
al largo di Cuba e che gli ha ispirato lo splendido romanzo “Il vecchio e il mare”

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