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IL PORTICO / BLACK |
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Marta
Franceschini
La valigia di Agafia
Ft. 12,2 x 20
pp. 108
€
11,00
ISBN 978-88-6043-045-8
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IL LIBRO
Dalla
miseria fangosa del suo villaggio, dove ha
cominciato a lavorare fin dall’infanzia
raccogliendo tabacco nelle piantagioni, una
ragazza moldava, Agafia, si assoggetta a un
lavoro massacrante che la porta oltre il
circolo polare artico, in una Siberia senza
legge e senza dignità, su treni che
masticano gelo e violenza. Ma questo è solo
l’inizio del viaggio: abusi, pestaggi e
tradimenti saranno le prossime fermate. Una
fuga disperante, che di orrore in orrore la
porta a piedi scalzi su frontiere spinate,
per chilometri di attese, di inganni, di
sfinimenti. E alla fine, in un'Italia che
raccoglie e schiavizza i brandelli rimasti,
distogliendo per pudore lo sguardo.
Clandestina nel nostro Paese, Agafia impara,
insieme alla lingua, l’umiliazione di chi
vive senza diritti, senza protezione, e
senza tregua. La vita racchiusa in una
valigia. Prima a Roma e poi a Bologna, passa
le notti nelle stazioni, e i giorni a
consumare scarpe in cerca di un lavoro, un
rifugio, un letto: un miraggio per cui sarà
disposta anche a vendersi. E quando diventa
finalmente “badante”, scopre di essere
finita nell’ennesima trappola, fatta di
condizioni disumane a cui non può né vuole
sottostare. Ma è proprio sul fondo del
baratro che scopre anche l’amore, infelice e
sventurato come tutta la sua esistenza,
fratellanza di ferite e specchio di
dannazione, ma capace di nutrire l'anima.
Solo allora Agafia sarà pronta per il suo
ultimo viaggio…
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UNA
STORIA VERA
Tre anni fa Agafia, spinta dal bisogno
lacerante di gridare al mondo la sua pena,
chiese a Marta Franceschini, incontrata
durante una presentazione in un locale
bolognese, di scrivere un libro sulla sua
triste vicenda. Dopo averne ascoltato per
ore e ore il doloroso racconto, l’autrice ha
riversato in questo libro la storia vera,
attuale, incalzante e spietata della giovane
moldava, condannata fin dall’infanzia a
macerarsi nelle fatiche più pesanti e nella
sofferenza, costretta a una fuga senza soste
tra orrori di ogni genere, approdata infine
in Italia, come tante donne dell’est, e
illusa da un amore infelice, unico conforto
alla sua anima.
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L’AUTRICE
Marta Franceschini vive e lavora a Bologna. Laureata in Storia Orientale,
giornalista pubblicista, ha vissuto in Gran Bretagna, Stati Uniti e per tre
anni in India, dove è stata corrispondente free-lance per numerose testate
italiane (“L’Espresso”, “Noi Donne”, “Quotidiani Associati”, ecc.). Ha
esordito come scrittrice nel 2000 con La discesa della paura (Sellerio), premiato
al Festival del Primo Romanzo di Cuneo nel 2001 e tradotto in tedesco dalla
Goldmann Verlag nello stesso anno. In edizione Marlin ha pubblicato
Sangue del mio sangue
(2006). Nello stesso anno ha curato i testi dello spettacolo teatrale "La
donna imperfetta" (Tita Ruggeri) e, nel 2007, del documentario "Ero nato per
volare" (Enza Negroni) per il Museo della Memoria di Bologna.
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L'ASSAGGIO
<<La cosa che
odio di più della mia vita sono le valigie.
Dalla prima volta che sono partita dal
villaggio sono diventate il mio incubo. Per
anni ho girato con la vita chiusa in una
valigia, trascinata da una meta all’altra.
Cose, vestiti, ricordi, tutto sempre con me,
ogni mese, ogni anno sempre più pesante.
Quanti manici ho rotto nel trasporto! Che
dolore alle spalle, alle braccia, alle dita.
Macigni da spingere, issare. La mia identità
chiusa con lo spago in una scatola. La mia
precarietà appresso, che mi insegue, come
un’ombra. Ogni azione, ogni decisione
condi-zionata dalla sua presenza. Non sono
più libera di fare una corsa, di entrare in
un negozio, di sognare ad occhi chiusi. Il
pensiero costante corre a lei: dove
metterla? come assicurarmi la sua integrità,
e insieme alla sua, la mia salvezza? Poi,
quando finalmente la apro, il risultato di
tan-ta fatica è un’interiorità spiegazzata e
maleodorante. La pochezza del mio universo
salta agli occhi impietosa. Poche cose
ridicole conservate con cura, come prove
patetiche della mia esistenza. Chiuse in una
valigia. Vorrei gettarla giù da un ponte e
stare a guardare mentre affonda. Per vedere
cosa resta di me.>>
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