Luigi Compagnone
Mater Camorra

A cura di Toni Iermano

Ft. 12,2 x 18
pp. 216
12,00
ISBN 978-88-6043-043-4

 
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IL PADRE DI GOMORRA: ALLE ORIGINI DELLA CAMORRA
Non si può comprendere appieno il fenomeno criminale che sconvolge la pacifica convivenza della popolazione e macchia di sangue le strade di Napoli, senza risalire alle sue origini, che trovano un punto di snodo nella vicenda narrata da Luigi Compagnone in Mater Camorra , uscito in prima edizione nel 1987, vent’anni prima del bestseller Gomorra di Roberto Saviano, di cui rappresenta il più autorevole precursore. Quello messo in luce nel corso del processo di Viterbo (1911-1912) per l’omicidio dei coniugi Cuocolo fu un groviglio di corruzione e di violenza che coinvolse non solo gli imputati ma gli stessi rappresentanti della legge, raccontato con un rigore che ricorda il migliore Sciascia “illuminista” ma intriso di un furore polemico che è solo di Compagnone.
 

 

IL LIBRO
L’assassinio di Gennaro Cuocolo, basista della camorra, e della moglie Maria Cutinelli, ex prostituta, uccisi a colpi di coltello nella notte del 5 giugno del 1906, si prefigurò da subito come un clamoroso fatto di cronaca nera, rorido di vaste implicazioni politiche, sociali e giornalistiche che sarebbero piaciute a Maupassant. In quegli anni gli scandali e l’esplosione di inarrestabili tangentopoli amministrative avevano scosso l’opinione pubblica e incoraggiato un’azione repressiva. Luigi Compagnone ricostruisce l’incredibile storia del maxiprocesso di Viterbo (1911-12), le indagini che lo precedettero e l’azione investigativa del capitano dei carabinieri Fabroni, infaticabile costruttore di prove false a danno di capi, gregari e manutengoli dell’onorata società, da Errico Alfano (Erricone) al prete don Ciro Vittozzi. Mater Camorra è un esemplare modello di pamphlet di stampo illuministico, permeato da una coscienza civile riconducibile ad alcuni memorabili libri-inchiesta di Sciascia, ma anche di rovente, satirica requisitoria sul costume italiano e su quella specificità tutta napoletana di vivere la tragedia come spettacolo teatrale o eterno carnevale. Contro l’assurdità e l’irrealtà delle cose del mondo, Compagnone combatte con lo sguardo blasfemo e irriguardoso di un polemista settecentesco; la sua sulfurea scrittura allegorica giunge alla drammatica rappresentazione di una città disperatamente condannta alla non-storia

 

 

IL FILM SUL PROCESSO CUOCOLO
La vicenda del Processo Cuocolo ispirò nel 1952 il film Processo alla città di Luigi Zampa con Amedeo Nazzari, Silvana Pampanini, Paolo Stoppa, Franco Interlenghi e Tina Pica tra gli interpreti. Collaborò al soggetto Francesco Rosi.

 

 

GENO PAMPALINI: "COMPAGNONE TRA IRONIA E PESSIMISMO"
<<Luigi aveva nel sangue una nobiltà naturale, che si conciliava spontaneamente con un gusto dissacratorio e plebeo. Figlio della Napoli capitale del Sud, è uno scrittore estroso, come gran parte dei napoletani. Estroso e nello stesso tempo ironico e malinconico. In lui l’ironia più beffarda si alterna a un pessimismo esistenziale che non lo ha mai abbandonato e che costituisce il nucleo centrale, il fuoco della sua ispirazione.>>

 

 

TONI IERMANO: "UN GIOCO VIOLENTO E DOLOROSO"
<<In Mater Camorra, testo del 1987 suddiviso in quindici densi capitoli “investigativi” e in una corposa appendice storico-critica dedicata a La camorra, prima del processo Cuocolo, Compagnone riordina e armonizza storia, letteratura, sociologia, usi e costumi in un gioco disinvolto e spregiudicato, violento e doloroso, attraverso una scrittura composita e il moltiplicarsi d’incisioni narrative, orientate alla costruzione di una breve ma puntigliosa enciclopedia della storia della città e delle sue imperdonabili contraddizioni. Tirate moralistiche, forme di teppismo verbale, digressioni polemiche, esplosioni di umoralità, concreto meridionalismo militante, abbondanti osservazioni critiche ed epigrafiche sentenze letterarie s’intrecciano l’una nell’altra grazie ad una costante partecipazione autobiografica. La materia, incandescente e capricciosa, consente però di svelare la razionalità del dolore, la sua disperata, lucida osservazione di un quotidiano grottesco, inzuppato di comicità e nonsense.>>

 

 

L’AUTORE
Luigi Compagnone (Napoli 1915-1998) dopo la laurea in lettere insegnò per qualche tempo in un liceo. Intanto collaborava a programmi radiofonici e pubblicava le prime raccolte di poesia. Giornalista acuto e pungente, è stato presente per un cinquantennio nelle pagine dei maggiori quotidiani e periodici nazionali. Nel 1945, insieme ad altri giovani intellettuali napoletani, fra cui Domenico Rea, Francesco Rosi e Raffaele La Capria, dà vita alla rivista “Sud”. La vacanza delle donne (1954) segnò il suo esordio in narrativa. Seguirono: L’onorata morte (1960), L’amara scienza (1965, Premio Chianciano), Capriccio con rovine (1968, Premio selezione Campiello), Le notti di Glasgow (1970), La vita nova di Pinocchio (1971), Città di mare con abitanti (1973, Premio Napoli), Ballata e morte di un capitano del popolo (1974, finalista al Premio Strega), Dentro la Stella (1977), Malabolgia (1981), Napoli visionaria (1981), Mater Camorra (1987), L’oro nel fuoco (1989), Gli assassini della Luna (1994), Totò ovvero Il pasticcio napoletano (1994). Principale raccolta poetica: La giovinezza reale e l’irreale maturità (1981).

 

 

L’ASSAGGIO
<<Alle cinque del mattino, il delegato Ventimiglia bussa alla porta di Errico Alfano. Lo accompagnano il maresciallo Testa e due agenti. Il delegato è piuttosto imbarazzato. È un povero, e Alfano è un ricco. E la ricchezza è anche potenza. E lui, Ventimiglia, non è affatto rispettato dalla gente. Perché la gente non rispetta quelli della legge. Ne ha paura e schifo. Alfano, invece, la gente lo rispetta. È un Grande Capo, e come tutti i grandi capi spende e spande. Nel Caffè Fortunio, in Galleria, offre (impone) consumazioni a tutti i presenti: li conosca o no. E i presenti, sconosciuti o no, non rifiutano mai – non possono rifiutare – il caffè o il vermuttino o le pastarelle offerte da Erricone. Se li rifiutassero, sarebbe offesa grande. E nessuno offende mai il Grande Capo. Che, in seno alla grande mamma, non ha nessuna carica ufficiale ma la gente, e forse non a torto, lo ritiene il capo in testa di tutti i dodici quartieri napoletani. Ha il carisma, lui. E gli occhi scuri scurissimi. Occhi che scrutano nel cuore della gente. Un altro segno dei suo carisma: la cicatrice d’uno sfregio sulla guancia sinistra. Sfregio sulla guancia vuol dire onorificenza, medaglia al valore. Hanno uno sfregio sulla guancia anche le donne della camorra. In tal caso sfregio vuol dire amore. Dicono le belle sfregiate: «Lui mi vuole tanto bene, esce pazzo per me, guardate questo sfregio». Sfregio come dono, come pegno d’amore. Erricone, lo sfregio suo, lo porta dunque come medaglia al valore. Non se ne vanta mai con le parole, perché uno sfregio non lo si commenta: esiste, e basta. Lo si vede, e tanto basta. Lo si ammira in silenzio. La gente del Caffè Fortunio ammira e riverisce. Tutti, in Galleria, ammirano e riveriscono lo sfregio di don Errico.>>